giovedì 28 gennaio 2016

La saggezza della Luna



C’è stato un tempo in cui la voce della Dea sussurrava nel vento. C’è stato un tempo in cui le donne sapevano udire il suo richiamo, non con le orecchie ma con il cuore, cogliendone gli echi nel mormorio delle foglie, nel canto soave della brezza e nel silenzio della neve che scende a velare i tetti. Gl’insegnamenti della Grande Madre erano trasmessi e condivisi con amore e gioiosa tenerezza, le fasi muliebri celebrate e venerate con riti sacri, feste e manifestazioni. Il richiamo della luna scorreva sull’anima come un soffio di miele, esplodendo nel tempio divino del grembo e risvegliando i sensi, finché la pelle, fremente e ricettiva, si destava dal torpore e sentiva il gusto della vita. In quel tempo le donne onoravano i propri cicli come momenti di pura magia, di estasi mistica e d’introspezione, sperimentando la perfetta armonia femminile/lunare. Il sangue che scivolava caldo e denso tra le loro gambe era un dono prezioso, perché attraverso di esso era possibile profetizzare, accedere a stati di coscienza diversi, accostarsi all’inconoscibile e cogliere i doni dell’intuizione, della conoscenza, della creatività e dell’immaginazione.  Il legame tra la donna e la luna è stato evidente fin dagli albori della civiltà: entrambe hanno un ciclo di circa 28 giorni, entrambe attraversano 4 fasi differenti. La luna è spesso protagonista di miti e credenze popolari. La maggior parte delle divinità lunari è di sesso femminile, sebbene non manchino divinità maschili associate all’astro notturno, come Nanna dei Mesopotamici, Toth degli egiziani, Men dei frigi e il dio giapponese Susanowo. Secondo la religione induista, Ganesha, dopo aver ricevuto un cesto di dolci dai suoi adoratori, per digerire meglio il cibo decise di fare una passeggiata, salì sul topo che usava come veicolo e partì verso il blu vellutato della notte. All’improvviso spuntò un serpente che spaventò il topo, il quale, sussultando, fece cadere il suo cavaliere. Il grosso stomaco di Ganesha venne schiacciato, e tutti i dolci che aveva mangiato si sparsero attorno a lui nel cielo vibrante. Troppo intelligente per prendersela, il Dio usò il serpente come cintura per bendare la sua ferita e, soddisfatto, risalì sul topo per riprendere il suo giro. Ma Chandra, il deva (spirito sacro) della luna, nel vedere la buffa scena scoppiò a ridere di Ganesha, il quale ritenne giusto punire l’arroganza del Deva. Allora si spezzò una zanna e la lanciò contro la luna, maledicendola e spaccandone a metà il volto luminoso. Chandra, rendendosi conto del proprio errore, chiese perdono al Dio e lo ottenne, ma una maledizione può soltanto essere attenuata, non revocata. Fu così che Ganesha condannò la luna a crescere e a calare in intensità secondo un ciclo di circa 28 giorni, ovvero il “mese sinodico” o lunazione, com’è chiamato l’intervallo di tempo intercorso tra una luna nuova e la successiva.  Secondo gli indiani Zuni, all’inizio dei tempi il sole e la luna erano tenuti nascosti in una scatola dal popolo dei kachinas, fino a quando coyote e aquila non decisero di rubarli. Dapprincipio era aquila a portare la refurtiva, ma poi coyote convinse l’amico a cedergli la scatola, e quando, curioso, sollevò il coperchio, il sole e la luna volarono in cielo. I maya raccontano, invece, che Sole e la Luna erano in origine due creature terrestri: una fanciulla e un cacciatore fra i quali nacque l’amore. Il nonno della ragazza, contrario al matrimonio, uccise la nipote e la divise in pezzi, ma le libellule, impietosite, ne raccolsero il corpo e il sangue, nascondendoli in 13 tronchi cavi. Dopo 13 giorni d’inutili ricerche, Sole, il giovane cacciatore, trovò i ceppi. Da dodici di essi uscirono insetti e serpenti, dal tredicesimo la dolce Luna resuscitata. I popoli mediterranei identificavano la luna in modi diversi. I cartaginesi la chiamavano Tanit e la raffiguravano come una donna circondata di stelle. Nell’antichissimo Egitto aveva un doppio nome, Hator-Tefnut, nel primo caso (luna piena) era una seducente fanciulla, nel secondo (luna nuova) un leone. Per i sumeri e i fenici era Ishatar, per i Siriani Ashtart e per i nomadi arabi Sin, che prende il nome dal monte Sinai, luogo in cui veniva adorata.  Gli indiani cherokee narrano che la terra nacque nell’oscurità. Persone e animali cozzavano gli uni contro gli altri, e tutto era caos e frastuono. Allora volpe raccontò che la gente dall’altra parte del mondo era piena di luce, ma era troppo ingorda per dividerla con gli altri. Fu il piccolo opossum a tentare la missione: rubò uno spicchio di sole e lo nascose sotto la coda, ma il calore bruciò il suo pelo, ed è per questo che l’opossum ha la coda pelata. Fu poi la volta della poiana: ella celò il pezzo di sole tra le piume della sua testa, ed è per questo che la poiana ha la testa calva. Per ultimo tentò il ragno. Con le minuscole ma agili zampette costruì una ciotola d’argilla, poi tessé una ragnatela che andava da un capo all’altro del cielo, e attraversandola andò a prendere il sole. Fu così che tutto il mondo ebbe la luce e dalla ragnatela si generò la via lattea. Una fiaba cinese racconta che il Signore dell’Eternità donò il sole al giorno affinché lo rischiarasse, allietasse gli uomini e facesse maturare i frutti. La notte, offesa per non aver ricevuto nulla, si avvolse tristemente in un mantello di oscurità. Il gigante Ti-nu volle consolarla: affondò le granitiche mani nel corpo soffice del sole e ne staccò una porzione tondeggiante, che nascose in una nuvola per poterla regala alla notte. Sulla via del ritorno un cane rabbioso si avventò su di lui. Per difendersi, il gigante fuggì, ma la nuvola che custodiva il prezioso frammento di sole si strappò, e dalla fenditura iniziarono a piovere fiorellini incandescenti. Ti-nu corse così velocemente che inciampò nel secchio in cui era stato versato il latte denso e argentato di una vacca sacra. Lo spicchio di sole che non si era disperso nella fuga vi cadde dentro e perse la sua luminosità. Il gigante Ti-nu si disperò e continuò a correre, e ancora corre, senza sapere di aver creato il firmamento imperlato di stelle e governato dalla luce della pallida luna, protettrice dei sogni. Secondo la mitologia egizia, la divinità celeste Nut sposò segretamente il dio della terra Geb, ma Ra, Dio del sole, formulò un incantesimo per il quale Nut non poteva avere figli in nessuno dei 12 mesi. Un'altra potente divinità, Thot, fece una scommessa a dadi e, vincendo, sottrasse al calendario 5 giorni, i quali non appartennero a nessun mese. L'incantesimo di Ra era dunque rotto e Nut generò 4 figli: Iside, Osiride, Nefti e Seth. Iside, o Isis, rappresenta una delle Dee lunari per eccellenza. L’’antica tradizione orale ebraica reca tracce di un mito antico e affascinante, quello di Lilith, donna amata da Adamo prima di Eva, il cui nome deriva sia dalle civiltà mesopotamiche, sia dalla radice del termine “notte.” Lilith è a volte associata alla Luna Nera, termine con cui non s’intende la luna nuova, bensì il punto fantasma o teorico di una fase del mese sinodico, ossia il momento in cui l’astro notturno si trova più lontano dalla terra. Presso i greci e i romani erano molte le divinità associate alla luna. Artemide, sorella gemella di Apollo e figlia di Zeus e Latona, era la Dea lunare della caccia, il cui culto era diffuso in tutta la penisola iberica, ma trovava particolare terreno a Delo e a Sparta. E’ chiamata la Vergine Cacciatrice ed è legata alla luna, in particolare alla luna nuova, poiché fu generata di notte, dal momento che sua madre, maledetta per gelosia da Hera, fu condannata a non poter partorire in nessun luogo che avesse visto la luce del sole. Nel mito romano Artemide viene associata a Diana, anche se in origine quest’ultima non era una divinità lunare, in quanto il suo nome sembrerebbe derivare da “dius” che significa “della luce”.  Anche Ecate è associata alla luna. Ecate levatrice e accompagnatrice dei morti, Ecate trivia, Ecate la multiforme … Sono molti gli aspetti di questa divinità, considerata protettrice delle strade, degli incroci e dei passaggi e indicata dalla letteratura classica come guida di Persefone nell’oltretomba. Ecate rappresenta l’aspetto più misterioso della luna, quello della fase calante. Dalla titanessa della luce Teia e da suo fratello Iperione nacque Selene, raffigurata come una donna dal viso pallido che indossa lunghe vesti bianche e argentee e porta sul capo una luna crescente ed in mano una torcia. Selene è associata alla fase della luna piena. La luna occupa un ampio rilievo anche nelle credenze popolari: per i pescatori bisogna sempre pescare nelle notti di luna piena, mentre i contadini sostengono che il mosto vada messo nelle botti durante il novilunio per farlo diventare vino. Anche negli orti, poi, la luna occupa un ruolo importantissimo: bisogna sempre coltivare in luna calante. Questa ricchezza di miti, leggende e credenze dimostra che la luna è stato il corpo celeste più studiato nel corso dei secoli. Fin dagli albori della civiltà la luna è stata associata alla Dea, alla Madre, in quanto il suo splendere di luce riflessa l’ha portata ad essere considerata un completamento del Sole, e quindi dell’uomo. La mutevolezza del suo aspetto e delle sue fasi la rende metafora di vita, morte e rinascita e custode dei misteri di generazione, gli stessi che la donna porta nel suo grembo. Nelle antiche società matriarcali le donne notarono la loro connessione con la luna perché, proprio come l'astro notturno, ogni mese attraversano quattro fasi: fase mestruale (luna nuova), fase proliferativa (luna crescente), ovulazione (luna piena), fase premestruale (luna calante). Attraverso il suo ciclo, la donna porta nel corpo il mistero della vita e della morte e può attingere ai poteri creativi e sostentativi dell’universo. Il ciclo lunare ha permesso alla donna di costruirsi un calendario non solo stagionale e ad uso sociale, ma anche dei ritmi mestruali. La conoscenza di sé e del proprio ciclo passa innanzi tutto attraverso il recupero di questo calendario. Con l’imporsi della società patriarcale gli antichi riti del sangue andarono perduti, le donne furono escluse dalla cultura ufficiale e il loro legame con le stagioni e i ritmi di Madre Terra fu dimenticato. Tuttavia, non rassegnate ai soprusi del dominio maschile, le donne di ogni epoca e cultura trovarono il modo di far sentire la propria voce attraverso un linguaggio segreto intessuto di simboli e figure mitiche ma allo stesso tempo familiari. Un linguaggio tramandato di madre in figlia durante i lavori quotidiani, cantato nelle cucine, sussurrato attorno al telaio o accanto al focolare. Ma questa è un’altra storia …

- Sara Calabrese -

1 commento:

  1. Bellissimo articolo.... intriso di cultura popolare e colmo di conoscenza mitologica. Complimenti per come hai legato tra di loro le storie e per il riferimento alla fase mestruale delle donne.

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